Cronistoria di Cà Rossa – I parte

cà rossa in una giornata uggiosa

Accidenti a pensarci adesso mi sembra siano passati secoli, e invece è passato solo poco più di un anno. A riguardar le foto mi viene anche un po’ di nostalgia… La prima volta che ho visto Cà Rossa era una domenica pomeriggio, c’era ancora la neve in alcuni angoli, che qualche raggio di sole faceva brillare. E’ stato amore a prima vista: era bruttina e molto più piccola di quanto non sembrasse dalle foto dell’agenzia, coi soffitti bassi delle case dell’inizio del secolo scorso, i balconi marcescenti, verdi, e una crosta rossa sulle malte. Pensai che li ci sarei potuto invecchiare.

Quanta terra… quanta terra! La sensazione nello stomaco di quando sei innamorato. Mentre ci facevano vedere la casa sentivo voci preoccupate parlare di restauro, chiedendosi se il tetto avrebbe tenuto, c’era acqua che entrava in casa… Io guardavo la terra dalle finestre. C’era stato un vigneto fino a non molto tempo prima, si vedevano i pali di cemento che sostengono le viti ammassati in un angolo della proprietà, le viti erano state tagliate alla base e rimosse. Tre grandi acer negundo in fila come soldati davanti al lato ovest. Soldati che avevano fatto una guerra. Forse l’avevano anche persa quella guerra. Tutto il confine ovest era delimitato da salici capitozzati, c’era un fico sul lato sud, due ciliegi e un pruno e un noce malaticcio.

I vecchi proprietari dovevano aver avuto cani e polli, c’erano ancora le reti a delimitarne le aree a loro dedicate.

Appena definita la parte burocratica ci mettemmo subito al lavoro. Era troppo freddo per incominciare il restauro, ma quella era solo una scusa: noi volevamo sporcarci le mani di terra! Cominciammo con una prima opera di pulizia e assestamento dell’area, in modo da prendere confidenza con la proprietà per capire quale sarebbe stata la mossa successiva. Facemmo togliere tutte le ceppaie delle vecchie viti e di un numero imprecisato di alberi e arbusti che erano stati già tagliati forse per rendere la casa più presentabile. Decidemmo che era giunto il momento di congedare quei tre vecchi soldati: erano oggettivamente irrecuperabili, rovinati da assurde potature, e poi… ho sempre nutrito una certa antipatia per l’acer negundo.

tronchi di acer negundo
Mina e Rudy controllavano i lavori.

Una volta fatta piazza pulita potevamo già avere  un’idea di come predisporre gli spazi.

Al pensiero di avere così tanta terra a disposizione non ci dormivo la notte, durante il giorno ero distratto, le idee mi scorrevano in testa, come il paesaggio dal finestrino di un treno.

Decisi di piantare due betulle comuni (betula pendula) al posto degli acer negundo, ma più distanti dalla casa. Decidemmo che la zona nel lato ovest sarebbe diventata il giardino delle graminacee, più in fondo, nella parte defilata del giardino decidemmo invece di tenere un boschetto informale, dove vennero piantati due olmi (ulmus campestris), due quercie (quercus robur), uno spaccasassi (celtis australis) e un frassino (fraxinus excelsior).

Ero molto soddisfatto perché finalmente il giardino cominciava a prendere dei connotati. Ai nostri occhi il fango non era fango e il vuoto non era vuoto, vedevamo già immagini di un giardino futuro.

Continua…

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